Pensavo fosse tutto finito…



Oggi splende il sole.

Siamo a febbraio, il prato si sta ricoprendo di fiori: non mi sono mai chiesto come si chiamassero, non ne ho mai avuto tempo.

Sono anni che viaggio…

Ma andiamo in ordine.

Mi chiamo Goodwin, ho 23 anni e vengo dalla Nigeria.

Non sto a raccontarvi perché sono scappato, anche se in questi anni ho imparato che le motivazioni che ci spingono a fuggire hanno pesi diversi. Io ho visto tanti occhi spaventati, tanti volti stupiti di quanto possa essere crudele l’essere umano e questo solo perché invece che da una bomba scappi dalla fame.

Come molti ho attraversato diversi Stati, ho conosciuto diverse persone che mi hanno aiutato e altre che, invece, hanno animato i miei incubi. Il periodo della detenzione in Libia è stato lungo, molto lungo. Per diversi giorni ho pensato che sarei morto lì, senza poter salutare nessuno, senza poter dare un corpo su cui piangere ai miei famigliari, ma poi ho scoperto che era una strategia per convincerti più velocemente a chiamare qualcuno a casa che potesse inviare i soldi necessari al rilascio. Durante la traversata del Mediterraneo ho visto persone in completa balia degli eventi e altri sotto shock. Mi è rimasto impresso nella mente un ragazzo, poco più giovane di me: si è risvegliato, dopo essere svenuto, credo. Poi si è alzato e ha detto “vado a comprare il pane” e qundi ha scavalcato il gommone e si è buttato in acqua. Eravamo tutti talmente scioccati, abbiamo faticato a capire cosa stava succedendo che, quando lo abbiamo realizzato, era ormai tropo tardi.

Ma il momento peggiore è arrivato, contro ogni mia aspettativa, dopo qualche giorno che mi trovavo in un centro di accoglienza. Ci avevano già disinfettato, schedato e finalmente ero giunto in un’abitazione con altri africani. Alcuni operatori venivano da noi quotidianamente e allora ho cominciato a pensare che il peggio fosse passato. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui mi sentii sollevato. Perché lo ricordo? Perché da quella notte ho iniziato a non dormire più. Le mie notti erano piene di incubi, spesso mi svegliavo urlando, pieno di sudore. Rivivevo, di notte, ogni giorno trascorso in Libia, nel deserto. Durante il giorno dormire era più semplice. Gli incubi arrivano con il buio. Spesso mi capitava di urlare verso le persone senza motivo o per motivi talmente futili, che ancora oggi stento a credere di essermi comportato in questo modo. Non mi consolava nemmeno sentire la mia famiglia. Come puoi raccontare a chi ti ha incoraggiato ad andar via tutto quello che hai dovuto subire? Come spiegare quello che succede al tuo corpo quando si sente in salvo? Quali parole per dire…

In altre occasioni, sono stato ad un passo dall’aggredire un mio compagno. Una mattina, appena sveglio, un mio coinquilino intento a farsi una tazza di latte ha fatto cadere il pentolino, mi sono girato di scatto al rumore e per poco non lo aggredivo. Mi era sembrato il suono degli spari in carcere. Col tempo ho imparato che queste mie reazioni erano le normali conseguenze di quello che, la mia psicologa, ha chiamato stress post traumatico. Una condizione tipica di chi ha vissuto traumi. Ecco, trauma è una parola che non avevo mai usato prima e che ho imparato a conoscere in Occidente. Per far in modo che questi miei strani comportamenti sparissero ho impiegato diverso tempo. Ho imparato nuovi modi di vedere la mia vita, ho imparato che dietro ad ogni vittima di trauma e torture, c’è un sopravvissuto, uno che è riuscito a vivere anche quando tutto intorno diceva il contrario.

Poi finalmente è arrivato il permesso di soggiorno. Ecco che tutti gli incubi, le paure erano finite. Finalmente ero libero di poter iniziare la tanto attesa vita che avevo sognato scappando dalla Nigeria. Dopo anni potevo lasciarmi andare, pensare in modo positivo a quello che avevo progettato di fare in questi anni. Ho lavorato per diverse ditte. Non sempre è stato facile, spesso venivo utilizzato per i lavori più umili, ma mi hanno detto che in Italia si chiama gavetta. A me non interessava, perché potevo respirare aria e pianificare un nuovo futuro. Il mio viaggio mi aveva reso più forte, più determinato. Non mi arrabbiavo più così facilmente come una volta. Spesso valutavo quando rispondere a discriminazioni e quando lasciar perdere, se intuivo che il mio interlocutore non sarebbe stato in grado di capire. Non è stato semplice tornare a una vita quasi normale. A volte gli incubi ritornano, ma ormai facevano parte del passato.

Poi il Sistema mi ha ricacciato nell’irregolarità. Le leggi in Italia sono cambiate. Nuove regole, nuovi permessi di soggiorno: così mi hanno detto in Questura. Tutto d’un tratto la mia sicurezza è stata nuovamente messa in discussione. Ho capito a mie spese la differenza tra i diversi permessi di soggiorno, come avevo capito ben presto la differenza tra le varie motivazioni che ci hanno spinto a lasciare i nostri paesi. Sono tornate le incertezze, le paure e si sono ripresentati i vecchi sintomi. Infine, per uno strano scherzo del destino, ora mi trovo in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio, in attesa di essere rimandato da dove sono venuto. Il posto dove sono non è molto diverso dalla Libia.

Ieri mi si è avvicinato un operatore e per un attimo mi è sembrato di riconoscere il volto di una guardia libica. Mi sono alzato, ero pronto per attaccarlo perché questa volta non starò più fermo, sottomesso. Questa volta la paura ha lasciato il posto alla rabbia. Quella rabbia che pian piano ti divora da dentro e che per sopravvivere devi allontanare da te. Prima o poi lo so che farò del male a qualcuno. Sento, infatti, a volte che mi viene meno la lucidità. Mi sembra di tornare nel deserto…

Nessuno qua dentro ci comunica cosa stia succedendo al mondo esterno. C’è una malattia dicono. Sembra arrivata ovunque nel mondo, anche in Nigeria. Dicono che non sappiano come curarla qua in Occidente. Mi chiedo cosa faranno a casa mia. Vedo nei volti lo stesso terrore che c’era in Nigeria nel 2014 con ebola.

Si dice pandemia, ho scoperto una nuova parola.

Non sono morto prima e l’idea di morire rinchiuso in questo posto mi sembra uno scherzo del destino. Quello che non mi fa più dormire è il pensiero che questa volta non posso nemmeno telefonare a qualcuno per essere liberato. Nessuno mi può più sollevare da questo incubo. E allora mi chiedo se non sarebbe stato meglio morire nel Mediterraneo o ucciso dai libici in carcere. Pensavo che il mio tormento sarebbe finito una volta arrivato in Italia e invece mi rendo conto che il mio unico errore è stato nascere dalla parte sbagliata del mondo.

Guardo i fiori e mi chiedo come si chiamino…

Valentina Bellotti

[17 marzo 2020]


Valentina Bellotti  è psicologa, psicoterapeuta specializzata in terapia sistemico-relazionale ed esperta di etno psicologia. Ha lavorato per 20 anni nel campo della migrazione forzata con interventi di prevenzione, diagnosi e cura per migranti richiedenti asilo e rifugiati, nei Territori dell’Area Vasta Romagna. Si è occupata di tratta di esseri umani e sfruttamento sessuale e lavorativo dei migranti sul territorio Italiano.