I minori stranieri non accompagnati: emuli di Huckleberry Finn o degli sciuscià dei giorni nostri?


Quando sentiamo raccontare le peripezie, pericolose e anche eroiche dei piccoli migranti che arrivano da soli in Italia dopo aver compiuto un lungo e incerto viaggio prima di giungere a destinazione, è legittimo chiedersi se le loro vicissitudini sono paragonabili o meno alle avventure di Huckleberry Finn (personaggio delle vicende picaresche della letteratura nordamericana dell’800 raccontate da Mark Twain) oppure assomigliano agli "sciuscià" (dall’inglese shoeshine per lustrascarpe), i bambini delle zone marginali delle grandi città del secondo dopoguerra. Probabilmente il miglior modo per trovare una risposta plausibile, comprendendo la specificità di questo fenomeno sociale, è definirli i minori-prematuramente-adulti dei tempi nostri. Per fare ciò bisogna individuare in primis i fattori in gioco, sia quelli di spinta (push factors) che quelli di attrazione (pull factors). Tra i primi vi è una gamma di realtà diverse che oscillano tra condizioni politico/sociali convulse, degrado sociale e/o abbandono familiare. Tra i secondi vi è il peso di una rappresentazione di modelli di vita desiderabili da conoscere, quindi dei progetti migratori  alla ricerca di una vita serena e sicura, di cui fanno parte lo svago e il divertimento (non di rado però, viaggiano anche come portatori di un mandato familiare).

Il loro percorso migratorio li ha fatti maturare, facendoli divenire piccoli adulti in grado di trovare strategie di sopravvivenza: affettivamente sono piuttosto indifesi, divenuti diffidenti, si propongono comunque come scaltri e audaci. Parlano diverse lingue, molte apprese durante il viaggio migratorio. Un viaggio lungo, non solo per via dei chilometri percorsi, ma anche perché spesso il tempo trascorso da quando hanno lasciato il loro paese di origine a quando hanno raggiunto la sponda orientale del Mediterraneo comprende diversi mesi o anni. Perché sono stati spesso costretti a soste nei diversi paesi transitati per poter “lavoricchiare” approvvigionandosi del necessario per la traversata lungo il faticoso viaggio, oppure perché sono stati respinti più volte dai poliziotti corrotti di frontiera che chiedevano soldi per permettere il passaggio.

Alla pari dei compagni di viaggio adulti, questi ragazzi sono stati segnati da vissuti raccapriccianti che hanno impregnato la loro psiche immatura, in fase evolutiva appunto. Immagini di orrendi scenari che si ripropongono nel tempo ripetutamente sotto forma di incubi e di flashback, in un susseguirsi macabro di ricordi che li perseguita, a volte fino a farli dubitare che nelle loro vite un giorno potranno esserci ancora la stabilità e le sicurezze perse. Hanno vissuto fame estrema e paure indicibili (nel deserto prima e nel mare dopo); hanno conosciuto l’orrore delle carceri e le angherie e i soprusi di adulti senza scrupoli. Essendo generalmente viaggiatori solitari, hanno imparato durante il viaggio a trovare nei loro coetanei, conosciuti per strada, la compagnia che li faceva avere un sentore di sicurezza, pur restando lo stesso vulnerabili ed esposti.

Farli sentire accolti, al sicuro e accompagnati nel paese di approdo, fa un’enorme differenza; può voler dire ribaltare il potente effetto delle esperienze traumatogene con cui sono stati a contatto, con effetti potenzialmente devastanti. Dunque, avviando un processo evolutivo di supporto in grado di stimolare il compimento di un passaggio trasformativo del sé che ridia loro il senso di dignità umana smarrita, i piccoli migranti ricompongono la propria identità frantumata. Aiutarli a riavere quella fiducia nell’altro che serve a interrompere il circolo di violenza disumanizzante di cui sono stati vittime inermi, è l’inizio di un ribaltamento virtuoso verso un futuro più prevedibile e rassicurante. Ecco la grande sfida epocale in questa parte del globo culla dell’ umanesimo, socialmente civile e solidale: l’inclusione sociale, senza se e senza ma, di questi adolescenti che non sono né degli Huckleberry Finn in cerca di avventure, né degli sciuscià che si ritrovano a vagabondare in un contesto di miseria e degrado sociale.

Josè Aguayo

Josè Aguayo si occupa di psicoterapia da una prospettiva sistemico relazionale in ambito etnopsicologico. Svolge attività clinica con adolescenti, coppie e famiglie (autoctone e immigrate). A Copenaghen ha lavorato per il Danskflytninghjelp (Consiglio danese di aiuto ai rifugiati). Dal 2007 si occupa del sostegno psicologico dei migranti, anche minori, accolti presso il progetto Sprar (oggi diventato Siproimi).