Sometimes I think it is my fate to live in the wreckage and confusion of crumbling houses.  

Il Premio Nobel per la Letteratura 2021 è stato assegnato ad Abdulrazak Gurnah per “la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti. (…) I suoi personaggi itineranti si trovano in uno iato tra culture e continenti, tra una vita che era e una vita emergente; è uno stato insicuro che non potrà mai essere risolto.” 

Il dramma dei rifugiati è il tema portante ed onnipresente nelle opere di Gurnah, che ha commentato in questo modo l’annuncio del premio ricevuto: “Molte di queste persone che vengono, fuggono per necessità e hanno un contributo da dare. Non… non arrivano a mani vuote. Spero che ora si parli più di loro.” 

E’ di indubbia rilevanza che in questo momento storico, dominato dagli eventi drammatici legati all’Afghanistan, il Nobel sia stato assegnato ad un autore così impegnato sul fronte dei diritti umani, avendo vissuto in prima persona il destino di chi, sradicato dalle proprie origini e cultura, si trova a vivere tra due mondi, nella necessità di riappropriarsi della parte più profonda si sé. 

Nato nel 1948 a Zanzibar (oggi Tanzania), Gurnah subisce la persecuzione inflitta alla minoranza araba che lo costringe a soli 18 anni a chiedere asilo in Inghilterra come rifugiato. In quel paese, dove tutt’ora vive, continua gli studi fino al dottorato per poi divenire docente e direttore del dipartimento di inglese all’Università del Kent, dove si è occupato anche di letteratura post-coloniale fino al suo recente pensionamento. 

Vasta la sua produzione letteraria, che comprende ad oggi una decina di romanzi e alcune raccolte di racconti. Sin dalla sua prima opera Memory of Departure, completata nel 1973, ha scelto di scrivere in inglese, benchè lo swahili fosse la sua lingua madre. 

Poco conosciuto in Italia, almeno fino ad ora, si deve alla lungimiranza della casa editrice Garzanti la pubblicazione di tre fra i suoi più famosi romanzi, Sulla riva del mare (2002), Il disertore (2006), Paradiso (2007), oramai introvabili, se non nelle più fornite biblioteche (tra cui la Classense di Ravenna). E’ però di pochi giorni fa l’annuncio dell’acquisizione dei diritti da parte della Nave di Teseo, che ha in calendario per dicembre l’uscita di Sulla riva del mare, nell’ottima traduzione di Alberto Cristofori, che verrà aggiornata per l’occasione. 

Come molte sue opere, si tratta almeno in parte di una narrazione autobiografica: si apre con il racconto in prima persona di Saleh Omar arrivato in Inghilterra da Zanzibar.
Sono un rifugiato, uno che cerca asilo. Queste non sono parole facili, anche se l’abitudine a sentirle le fa sembrare tali. Sono arrivato all’aeroporto di Gatwick nel tardo pomeriggio del 23 novembre dell’anno scorso. E’ una piccola emozione ben nota, nelle nostre storie, lasciare ciò che conosciamo e arrivare in posti strani, trascinando piccoli bagagli affastellati e nascondendo ambizioni segrete e represse.” 

Fin da subito emerge la capacità dell’autore di ribaltare ed approfondire il paradigma della letteratura coloniale: la prospettiva è quella del rifugiato, ma in questo caso di un personaggio atipico che si discosta totalmente dall’immaginario collettivo: un antiquario di 65 anni, senza problemi economici e per di più coltissimo. 

Saleh porta con sé solo una piccola borsa nella sua nuova vita, alcuni oggetti personali privi di valore e una scatoletta contenente Ud-al-qamari, un preziosissimo incenso. Perfetto escamotage stilistico nella tradizione letteraria che evoca le Mille e una notte, l’incenso, come il vaso di Pandora, aprirà la strada ai ricordi e ci permetterà di approfondire la conoscenza di un personaggio complesso, la cui identità ci verrà svelata in un crescendo di colpi di scena. 

Gurnah possiede una straordinaria capacità affabulatoria, da consumato story teller, e unisce la profonda conoscenza delle sure del Corano alla letteratura medio-orientale, africana e di lingua inglese. Dell’amato Melville viene più volte citato Bartleby e il suo iconico “preferirei di no” (I would prefer not to), già nelle prime pagine, quando Saleh spiega agli allibiti funzionari che lo accolgono che il suo rifiuto di parlare inglese è motivato da una scelta volontaria e non dall’incapacità dovuta all’ignoranza. 

È un rifiuto di comunicare il suo che rimanda alla negazione di prendere parola nel ruolo di vittima designata: solo col silenzio può dar voce alla complessità della sua storia e proteggere la sua identità. Perché "è difficile sapere con precisione in che modo le cose sono arrivate a essere come sono, dire con una certa sicurezza che prima c'era questo, che poi ha provocato quest'altro e adesso eccoci qui". 

Nel dipanarsi della storia, in una polifonia che mescola passato e presente in luoghi esotici e avvolti dal mistero, scopriremo che Saleh ha un’identità complessa, svelata anche dall’incontro con l’esule Latif Mahmoud, a cui lo lega un difficile capitolo della sua esistenza a Zanzibar. 

Scopriremo anche che l’essere rifugiato non ne fa una vittima innocente, poiché Saleh non ha solo subito ingiustizie, ma ne ha a sua volta commesse durante l’epoca coloniale britannica e nel travagliato passaggio che ha portato all’indipendenza il suo paese. 

Al di là di ogni stereotipo lo sguardo di Gurnah non è mai giudicante, ma riflessivo, uno sguardo che ci aiuta a comprendere in che modo il colonialismo e il suo faticoso superamento abbiano ferito e trasformato l’umanità. Nel suo sottrarsi al giudizio manicheo sulla negatività unilaterale del colonialismo, contrapposta all’utopia dell’eden evocata da luoghi esotici come Zanzibar, sta la sua grandezza. 

Le infinite contraddizioni e sfaccettature dei suoi personaggi rimandano al tema centrale dell’opera di Gurnah: la riflessione sull’identità e sul confronto, unica via di apertura al dialogo. Il suo sguardo, al contempo intransigente e compassionevole, ci accompagna e ci sostiene nel percorso di conoscenza che le sue opere ci indicano. 

Carla Babini 

[novembre 2021]