Il Re Ombra di Maaza Mengiste

Alle donne e ragazze d’Etiopia, che non si sono lasciate cancellare del tutto dalla storia, sono venute da me quando le stavo cercando e si sono fatte conoscere. Vi vedo. Vi vedrò sempre.

Rileggere Il re ombra a tre anni dalla pubblicazione è stata un’emozione forte. 

Lo devo al programma del Festival delle Culture, che offre la preziosa occasione di incontrare a Ravenna Maaza Mengiste il prossimo 25 maggio. 

Dopo essere stata letteralmente “posseduta” da Hirut e dai molti personaggi le cui voci si alternano nella trama di quest’opera polifonica, magistralmente tradotta da Anna Nadotti, mi ero più volte ripromessa di farne una lettura più ponderata ed analitica, ma sentivo la ferita ancora aperta. Mi ero giustamente sentita troppo coinvolta, chiamata in causa, da questa, in apparenza, storia di ordinaria occupazione coloniale, di cui l’Italia ha scelto di fornire una narrazione autoassolutoria e che nel tempo è stata semplicemente oggetto di rimozione collettiva. In apparenza, appunto, perché Il re ombra è molto di più e ci interroga sul presente. 

Innanzitutto perché il concetto stesso di memoria collettiva è illusorio, come, a ben vedere, quello di colpa collettiva: Hannah Arendt ci ricorda che anche l’ammissione di colpa di un’intera nazione ha potenzialmente un potere autoassolutorio. Se tutti sono colpevoli, in ultima istanza nessuno lo è, ottenendo il risultato di depotenziare il concetto di responsabilità individuale. Allo stesso modo la memoria collettiva non è innata, ma può svilupparsi come un processo di graduale costruzione, che ha sempre un valore politico poiché orienta la scelta e la valutazione dei ricordi, negoziando tra ciò che vogliamo vedere (e far vedere) e ciò che tendiamo a rimuovere. Mengiste racconta una parte della storia coloniale che l’Italia ha scelto di narrare in modo autocelebrativo ed assolutorio, poiché il potere detta non solo quello che sappiamo, ma anche quello che ricordiamo. Il potere riscrive la storia. 

E ciò è sempre accaduto e continua ad accadere. 

Il Re ombra è composto di tre libri (Invasione, Resistenza, Ritorni) ambientati durante gli anni dell’occupazione italiana in Etiopia (1935-1941) con la cornice di un Prologo e di un Epilogo in cui la protagonista, Hirut, nel 1974 attende ed infine incontra il fotografo militare Ettore Navarra per il quale ha custodito una scatola di latta che le aveva affidato durante la guerra. E’ piena di articoli di giornale, lettere, fotografie, immagini dense di dolore, ricordi di innumerevoli morti che esigono risurrezione

E così la narrazione torna al 1935, quando la giovanissima Hirut è domestica nella casa di Kidane, ufficiale dell’Imperatore Hailé Selassié, e di sua moglie Aster. Kidane sta organizzando la resistenza contro l’imminente invasione italiana, reclutando volontari in tutto il paese. Allo scoppio della guerra, le donne, guidate da Aster, otterranno di partecipare attivamente al conflitto superando gravi difficoltà, essendo l’Etiopia ancora un paese profondamente patriarcale. Ma Hirut riuscirà ad acquisire autorevolezza con un éscamotage, trasformando il contadino Minim- sosia dell’Imperatore fuggito in Inghilterra- nel Re ombra per poter infondere coraggio ai combattenti e alla popolazione. Da quel momento Hirut e Aster, serva e padrona fianco a fianco, diverranno le sue guardiane. 

Hirut, dice Kidane con una voce che riecheggia nella valle. Mostra loro chi protegge l'imperatore. Lascia che vedano che una donna andrà al comando e combatterà come chiunque altro. Hirut fa un passo avanti, evitando di incrociare lo sguardo di Kidane. Guarda la valle e dice piano, Sono un soldato, una benedetta figlia d'Etiopia, orgogliosa guardia del corpo del Re dei Re. Afferra il fucile e lo solleva in alto. 

Sono le donne le vere protagoniste di Il re ombra: scrivere di loro è un ulteriore passo avanti rispetto alla contro-narrazione della guerra in Etiopia presente nei libri di storia italiani. Al contrasto e alla decostruzione del concetto binario colonizzatore/colonizzato si aggiunge il focus posto da Mengiste sul ruolo attivo delle donne nella resistenza e lotta di liberazione, sistematicamente cancellato dalla controstoria anticoloniale etiope, fondata sull’eroismo maschile. (Ne scrive in Writing About the Forgotten Black Women of the Italo-Ethiopian War pubblicato su LitHub nel 2019). 

Nella Nota finale l’autrice ci spiega che i primi racconti ascoltati sulla guerra erano quelli del nonno, tutti concentrati sul valore eroico dei suoi compagni d’armi. Solo molto più tardi ha conosciuto la storia della sua bisnonna, Getey, che da figlia maggiore, chiese al padre di combattere e dopo il suo rifiuto, ottenne di arruolarsi vincendo in tribunale la causa per riottenere il suo fucile. 

La mia bisnonna rappresenta uno dei molti vuoti nella storia europea e africana. Il re ombra racconta la storia di quelle donne etiopi che combatterono insieme agli uomini, e che a tutt’oggi non sono che righe incerte in documenti sbiaditi. Ciò che sono arrivata a capire è questo: la storia militare è sempre stata una storia maschile, ma ciò non è vero per l’Etiopia, e non è mai stato vero in nessuna forma di lotta. Le donne ci sono state, noi ci siamo ora. 

Oltre ai racconti, il romanzo nasce e prende forma anche da una serie di immagini, in particolare dalla fotografia di una ragazza che l’autrice ha collezionato e attorno alla quale ha iniziato a immaginare la giovane Hirut.

La fotografia diventa così strumento di storytelling all’interno dell’opera che descrive dettagliatamente (scegliendo di non inserire le immagini) molti scatti dal soldato-fotografo ebreo Ettore Navarra. 

Contenute in una cassetta metallica, sono in mano alla Hirut del 1974 che sta per incontrare Ettore e restituirgliele. 

Sente i morti tumultuare. Vogliamo essere ascoltati. Vogliamo essere ricordati. Vogliamo essere conosciuti. Non potremo riposare in pace finché non saremo stati pianti. Hirut apre la cassetta. 

È quindi Hirut che, prendendole in mano una ad una, riesuma i ricordi ed apre i capitoli della guerra e della resistenza, narrandoli per noi. 

Ettore Navarra è un archivista di oscenità, un collezionista di terrore, un testimone di tutto ciò che lacera la pelle, esecutore materiale del comandante Fucelli – che rimanda alla figura storica di Riccardo Graziani. 

Il suo compito è quello di documentare la superiorità dell’esercito italiano: deve immortalare in modo epico e tragico l’estetica del conflitto, costruendo la memoria attraverso le immagini, accuratamente selezionate in modo da perpetrare il mito della superiorità della razza e celare i massacri avvenuti. Fotografare diviene dunque arma potente di propaganda, “tecnologia dell’imperialismo”, come ci ricorda Mengiste in un’intervista pubblicata su Africa is a CountryConfronting the weapon of photography (2020). 

E così per decenni nessuno ammise che l’esercito italiano aveva usato armi chimiche e poté farlo perché le testimonianze erano censurate e le fotografie non erano state scattate: “Diranno che non è vero. Che i loro aerei non volavano sull’armata di Kidane e non hanno lanciato l’iprite sui combattenti, sui fiumi e la terra. Negheranno i bambini morti, le donne scorticate, le acque avvelenate, gli uomini traumatizzati”. 

Navarra ha anche il compito ritrarre donne nere, fanciulle precocissime, carne da maschi. Queste immagini venivano usate dal regime fascista per motivare gli uomini alla conquista delle terre da colonizzare, essendo la guerra una prova che collauda la virilità del Popolo italiano. 

Ma se Hirut diviene nei suoi scatti solo pieghe di carne da aprire a forza, usare a piacimento e dismettere, è al contempo una fiera donna combattente e Navarra, che nel frattempo ha scoperto di essere ebreo e dunque “nemico interno” per i suoi superiori, vive con sempre maggior disagio il suo ruolo e prova vergogna sentendosi oramai un animale costretto all’obbedienza allo scopo di costruire un immaginario fondato sulla presunta differenza tra le persone che giustifica la violenza, l’invasione e la crudeltà. 

Il rischio di nascondersi dietro lo schematismo delle ragioni e dei torti è altissimo in racconti come questo, ma le figure di Hirut e Enrico superano il concetto stesso di polarizzazione tra bene e male, tra oppresso e oppressore, tra vittima e carnefice, riaffermando la complessità della natura umana. 

Mengiste lavora su diversi piani contemporaneamente intersecando le vicende personali alla storia ufficiale. Alla complessa e sofisticata architettura del romanzo si somma una raffinata analisi psicologica dei personaggi, con le loro insicurezze e le loro paure, in parte riconducibili alle fratture profonde presenti sia nella società etiope che in quella italiana. 

La narrazione viene spesso interrotta da un coro, che avvicina Il re ombra alla tragedia greca, e in particolare al poema epico per eccellenza, l’Iliade, ma l’innovativo punto di vista femminile aggiunge una pietas in grado di mettere in luce quella zona grigia (Primo Levi) in cui gravitano anche i personaggi più vicini al male, come Ettore Navarra. 

Il Coro in Mengiste attinge sia alla tradizione greca antica che a quella degli azmari etiopi (i griot) e aggiunge alla narrazione dei fatti un tono lirico: dà voce al non detto, ragiona, rettifica, contesta, riflette. 

Ci ricorda sempre che la storia è un luogo di negoziazione, di costante ridefinizione degli eventi e del filtro della memoria. Pur essendo un’opera di finzione (come ci ricorda l’autrice nella Nota finale), Il re ombra ha il grande merito di contribuire a far riaffiorare un passato trascurato e rimosso, importante anche e forse soprattutto per noi italiani. 

Il suo lavoro di ricerca delle fonti ha portato l’autrice a creare un archivio fotografico della guerra italo-etiopica del 1935-41, il Project3541, che raccoglie scatti provenienti anche da collezioni private, inclusa la sua, e presenta quindi una “prospettiva intima” delle conseguenze globali e personali di questa guerra. 

Il lavoro sulla memoria smaschera la pretesa dell’unicità della storia, scritta dal potere. 

Il potere detta dunque non solo quello che sappiamo, ma anche quello che ricordiamo.

 Italiani brava gente: il potere riscrive la storia. 

E’ rassicurante, persuasivo. 

La consapevolezza di quel che è accaduto in Etiopia ci può aiutare a disambiguare il presente, ci ricorda Mengiste: oggi in Palestina assistiamo al tentativo di cancellare la memoria dei Palestinesi, di sostituirla con quella israeliana. 

Ma cosa possiamo fare tutti per far venire in luce l’incongruo spazio vuoto che, come nelle foto di regime, sta a lato di quel che ci viene imposto come verità? 

Mantenere vigile la consapevolezza del divario tra vedere e guardare, tra commemorare e ricordare, tra storia e memoria. Ricordare sempre la molteplicità di voci e di volti che partecipano agli eventi, in modo che la narrazione egemonica della storia si confronti con una visione plurale, mai riconducibile né ricomposta in un unicum semplificato e autoassolutorio. 

(Mengiste ha partecipato al Festival delle Letterature di Roma nel 2023, illuminante il suo intervento)

https://www.youtube.com/live/QvSFyc9JKwc


Carla Babini
[marzo 2024]