Mediterraneo


Il tempo ha cambiato il significato di molte parole, di quelle di mare come delle altre. Navigando sul Dodekanesos chiamavo il pane, secondo la vecchia usanza ellenica, artos, i marinai lo chiamavano psomi, per acqua dicevo hydor, essi dicevano nero, io davo al vino il nome ecumenico di oinos, essi lo indicavano con krassi. Sia il pane che il vino che l’acqua, avevano dunque cambiato nome. Ma il mare aveva mantenuto la stessa voce: thalassa. Il mare Mediterraneo è uno, direbbe in questo caso il glossatore, le sue forme espressive si differenziano.

"Sul mare Mediterraneo ho navigato con gli equipaggi e con compagni di viaggi; ho percorso i fiumi e le loro voci in solitudine".

Il Breviario mediterraneo di Predrag Matvejević, finisce così, ricordando parole che scorrono, mutano e si trasformano. Come il mare appunto. Ma l’unità o forse, meglio, la poesia profonda del Mediterraneo vince infine su ogni dizionario: “benché le parole spesso siano diverse, il linguaggio dei marinai mantiene dappertutto le stesse figure, la stessa energia, la stessa concisione. La poesia è una sola, le sue forme espressive si differenziano”.

"Anche il mare stesso ha avuto infiniti nomi: diversi ad ogni costa e per ogni individuo".

Gli egiziani più antichi indicarono ogni tipo di grande estensione acquatica come il “Grande Verde” e che poteva designare tanto il Mediterraneo quanto il Mar Rosso. Gli ebrei del tempo furono altrettanto sbrigativi: yam, nella Bibbia ebraica è sostanzialmente qualsiasi massa di acqua salata o dolce. Thálassa si chiama il mare in greco nella sua più completa acquatica genericità: è pensato come un passaggio ampio; una vasta apertura; e soprattutto un elemento e un luogo complementare a alla terra e al cielo. C’è un’immagine antica di questo: l’ha conservato l’Iliade (XVIII, 483-85) nei versi dedicati allo scudo che il dio Efesto avrebbe forgiato per Achille. Mare generico, certo, ma è pur vero che per lungo tempo il Mediterraneo fu per i greci l’unico mare, l’unica thálassa, pensabile. Come disse Platone nel Fedone (109b.): “Inoltre sono convinto che la terra sia per se stessa qualcosa di oltremodo grande e che noi, dal Fasi fino alle Colonne d’Eracle; ne abitiamo solo una piccola parte, abitando intorno al mare come formiche o rane intorno a una palude”. E qquando diceva “noi”, Platone pensava soprattutto ai greci: un’ idea di “nostro mare” che era destinata a un grande futuro. Ci volevano solo un altro popolo e ancora più arroganza. Quella di Roma ovviamente. L’espansione di Roma era avvenuta inizialmente nei paesi affacciati sul Mediterraneo e la stessa città eterna godeva di un’innegabile centralità geografica; tutto questo non fu senza conseguenze. Quell’espressione greca “nostro mare”, assunse nella sua traduzione latina, mare nostrum, un nuovo significato, sempre più definito dalla nuova identità giuridica di Roma. Un’esplicita centralità, definita a partire da una supremazia politica.

Tra l’altro l’idea di mare nostrum avrebbe avuto vita lunghissima. Tanto è vero che quando il potere imperiale romano si trasferì verso oriente, nella nuova capitale Costantinopoli, quell’idea di possesso marittimo sarebbe andata con lui, mostrandosi nei codici legali, nella legge nautica e persino nella regolamentazione del mercato del pesce, attesteranno l’esplicita volontà di un controllo sul Mediterraneo. Ma non solo: il mare nostrum era ancora lì molti secoli dopo, nelle leggi di Federico II, in pieno medioevo, e sarebbe arrivato, un po’ anacronistico e retorico, sino agli anni del fascismo.

Ma le parole cambiano, si trasformano. E così, era ancora in piedi l’impero romano, che si affacciò un nuovo nome per il mare. A dire il vero Mediterraneus in latino lo si usava da secoli per indicare uno spazio sul continente, in opposizione al termine maritimus. E così autori come Isidoro da Siviglia traghettarono verso il medioevo questo nuovo nome. Nome che, nella lettura cristiana, aveva a che fare anche con una precisa divisione dei popoli fissati e definiti dalla tradizione biblica. Il Mediterraneo al centro e attorno le tre discendenze di Noè:  gli eredi di Jafet in Europa; i figli di Cam in Africa; figli di Sem in Asia. 

E questo mentre accanto, sulle rive meridionali, cresceva intanto la nuova civiltà islamica che cominciava a conoscere il mare. Anche nel Corano, la parola utilizzata era generica: Bahr, “molta acqua”. Ma questo senso di estraneità sarebbe durato molto poco: l’islam si diffuse lungo le rotte dell’Oceano Indiano e nel sud del Mediterraneo, costruendo una grande civiltà marittima e urbana basata sul commercio e sul controllo del mare.

Fenici, Greci, Romani, arabi. Per millenni, mercanti e guerrieri si sono spostati nel Mediterraneo attraverso un sistema di navigazione definito da una combinazione di tecnologia, geografia e clima. Venti e correnti erano due forze potenti e spesso opposte che determinavano i percorsi stagionali lungo le coste. Normalmente si navigava da aprile e ottobre e non era una navigazione facile, complicata dai limiti tecnologici delle navi e dai rischi costituiti dalle secche o dai banchi di sabbia. 

Si navigava per lo più di cabotaggio, nei pressi della costa. E anche per questo il Mediterraneo si punteggiò presto di porti, spesso piccoli, ma collocati a un giorno di navigazione l’uno dall’altro, per assicurare un rifugio alle imbarcazioni che si fossero trovate in balia di fortunali o di pirati. Le rotte erano numerose e complesse e attraversavano l’intero mare, in un sistema dove le isole ricoprivano un ruolo fondamentale di connessione: erano le tappe necessarie per affrontare un mare aperto altrimenti difficilmente navigabile.

Non una strada sola, insomma, ma una rete complessa di strade. E su queste strade d’acqua, gli ininterrotti spostamenti di uomini e merci: mercanti, ambasciatori, pellegrini, rifugiati, schiavi, cavalieri; e con essi lettere, libri, monete, droghe, spezie, reliquie di santi…

Nel primo medioevo questo mare cominciò a dividersi in zone meridionali di influenza islamica e zone settentrionali controllate maggiormente dai cristiani. Ma tali divisioni valevano poco per chi commerciava e navigava. Così, ad esempio, dalle coste africane poteva capitare di scorgere navi Veneziane che oltre al loro carico di schiavi (comperati magari a Roma e rivenduti agli infedeli), trasportavano anche qualche dignitario, talvolta persino un’ambasciata musulmana. Si potevano incontrare pellegrini in viaggio verso la Terra Santa: alcuni, spesso quelli da occidente, seguendo la via che toccava l’Egitto, altri passando da Costantinopoli. Oppure si potevano incontrare pirati mori, anch’essi ovviamente in cerca di schiavi. 

Un mondo, il loro, dove le barriere linguistiche, culturali e religiose erano a dir poco elastiche. Spesso musulmani, cristiani e ed ebrei navigavano e commerciavano assieme, vivendo di abitudini comuni.

I secoli successivi videro gli assetti politici del Mediterraneo trasformarsi in parte: alla fine del XV secolo la Spagna ritornò cristiana e i Balcani furono conquistati dalla nuova dinastia turca degli Ottomani. Una lunga storia che sarebbe terminata in epoca coloniale, quando inglesi e francesi  finirono per controllare quasi tutti i paesi a maggioranza islamica della zona.

Per molto tempo su questa storia di antica mescolanza si è scommesso molto: durante buona parte del secolo XX, si sono immaginati, studiati e talvolta progettati, legami culturali, economici e commerciali sempre più stretti. Si cercato il senso di un’identità e una storia comune, partendo proprio dalla comunanza di questo spazio e dalla circolazione di conoscenze che esso ha determinato.

Ma ora molto è cambiato: la crisi economica, le primavere arabe e il terrorismo degli ultimi decenni hanno cambiato il volto di questo mare. O almeno hanno fatto sì che molti cominciassero a guardarlo con diffidenza. Eppure il senso profondo di quello scambio di parole è ancora lì: ci piaccia o non ci piaccia, noi siamo il Mediterraneo, noi siamo il frutto di quella lunga mescolanza di lessico e cultura; che altro non è, in fondo, che la superficie visibile di quella lunga, profonda, mescolanza di uomini e donne di cui tutti noi siamo figli.

di Alessandro Vanoli

Alessandro Vanoli è uno storico e scrittore italiano. Si è laureato a Bologna in Storia della Filosofia medievale e ha conseguito il dottorato a Venezia, Ca' Foscari, in Storia Sociale europea. In quei primi anni si è occupato soprattutto di Spagna medievale e di rapporti tra cristiani e musulmani nel mondo iberico. Dal 2002 al 2012 ha insegnato presso l’Università di Bologna - e per un breve periodo anche presso l’Università Statale di Milano - specializzandosi in storia del Mediterraneo e lavorando in particolare sulla storia della medicina araba e sulla presenza islamica in Sicilia. Dal 2012 ha cominciato ad affiancare l'attività di saggista a un sempre maggiore interesse nei confronti della comunicazione e della divulgazione, collaborando con alcuni festival culturali e con l'editore il Mulino.  Collabora attualmente con Radio RAI 3 e con il quotidiano Il Corriere della Sera