Italians of Bedford nel racconto di Antonio Sansica


Antonio Sansica è un amico fotografo incontrato a Londra nel 2014, con cui ho condiviso un’intensa esperienza di volontariato presso NHS. Abbiamo condotto assieme un corso di tecnica fotografica per il personale del servizio sanitario a Westminster, entrando in luoghi dove essi seguivano i loro giovani pazienti con problemi di salute mentale e fisica. Qui ci racconta come ha scoperto la comunità di immigrati italiani a Bedford e come è proseguito poi il suo personale percorso di “erranza”. 

Come sei arrivato a Bedford? Attraverso quali canali/conoscenze?  

Non conoscevo per niente Bedford, non è infatti tra le città inglesi più famose. La conobbi tramite il tuttofare di una casa in cui ho vissuto a Barnes (Hammersmith, Londra), il fedelissimo del landlord. Un pomeriggio, davanti un caffè mi parlò della sua famiglia, che viveva a Bedford, una città non molto lontana da Londra, dove risiedeva un’ importante comunità di Italiani, mi disse. Quasi non ci credetti, ma quando incominciai le ricerche, scoprii che Bedford era casa della seconda comunità di Italiani, la più numerosa del Regno Unito, dopo Londra.   

Cosa facevi a Londra in quegli anni? 

Cominciai a lavorare al progetto Italians of Bedford, subito dopo gli studi all’università, un corso di fotografia durato un anno alla London College of Communications. Queste fotografie, i treni per Bedford, erano sempre accompagnati dalla vita londinese, credo una vita vissuta da tanti, fatta di diversi lavori, viaggi, pub, una ragazza emiliana e la Sicilia lontana.

Cosa ti ricordi della comunità italiana che hai fotografato?  Mi ricordo i “vecchi”, la prima generazione, o quel che è rimasto dei primi che arrivarono nel dopoguerra. I loro sorrisi, la loro voglia di parlare e raccontare le loro storie. Mi ricordo il “Bar della gioventù” gestito da un campano, figlio appunto della prima generazione di emigrati, un bar dove andavano solo gli uomini, a due passi dalla stazione, dove per un attimo mi dimenticavo di essere oltre Manica e passavo i pomeriggi tra dialetti del sud Italia, con brevi epifanie di lingua inglese. Indimenticabile, il dialetto delle loro regioni, misto alla lingua inglese: stai attento che la sedia si “scratch”, “Ue paesà all-RIGHT?”.
Le feste! La comunità si riuniva nelle sale adiacenti la chiesa italiana, ogni scusa era buona per riunirsi in tavolate seguite da infinite tarantelle e canti fino a notte fonda. 


Chi/cosa ti è rimasto impresso nella memoria dopo 10 anni?

I volti segnati dal tempo, i loro dialetti, la loro empatia, gli sguardi di chi ha visto e vissuto tanto. Il rispetto dei più giovani della comunità verso i più grandi, i valori di una volta, l’aiuto reciproco e la famiglia. Il vivere in modo semplice, come nelle città di periferia, la messa e i dolci per la domenica. Il senso di comunità. 

Che tipo di contatti hai mantenuto a Londra dopo il tuo rientro in Italia? 

Pochi contatti lavorativi, molti amici, i flatmates. Non molti sono rimasti, come sempre Londra è stata di passaggio. 

Come valuti il tuo percorso di expat? 

Ricco, immenso, chiaramente una scuola, se non una rinascita. A Londra ci sono cresciuto in tutti sensi, arrivai a 23 anni dopo gli studi ed una breve esperienza lavorativa a Roma, non conoscevo la città, non ci avevo mai messo piede. Quindi l’ho esplorata in lungo e in largo. A Londra è nata una seconda identità, costruendola pian piano, con il lavoro e le relazioni, come in ogni vita vissuta.

Maurizio Masotti

[Febbraio 2021]

Photo credit: Antonio Sansica

Antonio Sansica, siciliano di Trapani, classe 1985, dopo studi di Graphic Design a Roma si sposta a Londra grazie alla sua passione per la fotografia, arricchita da una laurea al London College of Communication. E' rientrato in Italia da poco tempo e risiede e lavora per ora a Reggio Emilia. www.antoniosansica.com