Brexit e Pandexit


Settembre, la vita riprende dopo le vacanze estive, con l’apertura del nuovo anno accademico e della vita lavorativa in una situazione di seminormalità: non c’è più l’obbligo della mascherina, la gente ha ripreso ad affollare treni e metropolitane, i teatri in full capacity, la gente che si riabbraccia al Covent Garden dopo un anno di restrizioni e lockdowns…
Poi vado al supermercato per comprare gli ingredienti del tiramisù e non solo non trovo i savoiardi e nemmeno l’equivalente inglese dei “lady-fingers”, ma lentamente mi accorgo che non c’è più nemmeno una confezione di pollo, né le bistecche sottili o il macinato per fare il ragù. Chiedo alla responsabile del supermercato se magari avranno la delivery il giorno dopo: “Non sappiamo, il problema è che non abbiamo camion per le consegne”....Il caro Brexit, offuscato dalla pandemia e dalla corsa all’immunità di gregge, è quindi ricominciato ad apparire in piena gloria. Tra i primi effetti l’esodo dei trasportatori europei (rimarcato da pubblicità di salari enormi per invogliare gli Inglesi a rimpiazzarli), la carenza di prodotti europei (bloccati alla dogana da code infinite e caos totale tra le varie regolamentazioni sull’importazione), poi i prezzi aumentati dall’inflazione e dallo sbilanciamento tra domanda e offerta (in buona parte esacerbato dalla mancanza di manodopera europea nell’ agricoltura e nelle fabbriche). Poi leggo il giornale: da giorni non si fa altro che parlare della crisi del gas, che lascerà milioni di Inglesi senza gas o con bollette duplicate. Scopro inoltre che il gas non è usato solo per cucinare o scaldare le case, ma è anche usato nel processo di produzione di pollame e carne. Ecco quindi un’altra ragione per cui gli scaffali dei supermercati cominciano ad essere vuoti, o con prezzi a salire a discapito di chi già è stato colpito malamente dalla pandemia e dal consumo diretto del gas nelle proprie case.
A questo punto si aggiungono gli attivisti di “Insulate Britain”, che da qualche giorno hanno preso di mira l’autostrada del Kent (casualmente proprio quella che collega Londra con Dover e il traffico di tir dall’Europa che dovrebbe portarmi i savoiardi per il mio tiramisù!) per sensibilizzare l’opinione pubblica e spingere il governo a rendere efficiente l’isolamento delle case popolari. I giornali e la televisione smentiscono che sia in arrivo una crisi peggiore di quella del 1970 in Inghilterra,  la gente ha ripreso la vita normale, va fuori a cena, o a prendere un caffè… Anche lì si scopre che la ristorazione è in crisi perché manca il personale europeo specializzato, nonostante la pubblicità di pizzerie disposte a insegnare agli Inglesi come fare la pizza, o al bar a insegnare come fare caffè e cappuccino. 

Infine si sente di questi poveri immigrati, sbarcati nel Kent o nascosti nei tir dall’Europa, che spendono fino a £40.000 a testa per poter iniziare un nuovo percorso in questo paese, dove per la prima volta anche l’aspettativa di vita media è calata rispetto ai dati del 2018-19. Sembrerebbe la fine, ma la sterlina è inaspettatamente salita rispetto alle altre monete (ha dirittura “fatto un salto” come Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo), Netflix ha comprato i diritti di Rohan Dalh autocelebrandosi come il biglietto d’oro di Charlie e la Fabbrica di Cioccolata e Londra è rimasta la città migliore per l’offerta ai turisti post pandemia. Allora chissà che non abbiano ragione quelli del Victoria & Albert Museum, che tutto dipende da quale specchio si guarda la realtà, come nella mostra interattiva su Alice di Lewis Carroll lanciata casualmente proprio in questi giorni. 

Stefania Passamonte 

[Londra, settembre 2021]

Foto: credit Maurizio Masotti