Lo stesso. Êtes-vous italien o francese? di Andrea Savorani Neri


«Ce qui est le plus urgent n’est pas de défendre ce que nous sommes mais de le rejeter, de se désidentifier de la coercition politique qui nous force à désirer la norme et à la reproduire»
(P. B. Preciado, Un appartement sur Uranus)

Ogni volta che ci troviamo di fronte a una persona – una sua immagine, fotografia, disegno, statua, una qualsiasi rappresentazione umana – la nostra mente formula considerazioni. Possiamo chiamarli giudizi, impressioni, idee, stereotipi, supposizioni. Ci permettono di illuderci di conoscere, seppure in minima parte, colui o colei che ci sta davanti. Il nostro sguardo è insomma guidato da una serie di domande e risposte implicite, costruite in base alla nostra appartenenza geografica, al nostro livello di istruzione, alle stratificazioni delle nostre esperienze che si mescolano alle curiosità; queste analisi immediate e per lo più ineludibili si plasmano infatti anche sui nostri traumi subiti, sulle difficoltà affrontate, sui momenti di gioia vissuti. Sono poi conseguenza del particolare stato d’animo che viviamo nel momento in cui osserviamo questa persona: siamo felici, curiosi, arrabbiati, disponibili, tristi? Cerchiamo nei tratti dell’altro delle risposte che possano calmare il nostro costante bisogno di ordine: di che colore ha la pelle? Ha studiato? Lavora? È innamorata? Ha pianto nelle ultime 24 ore? Ha figli?

I ritratti di Andrea Savorani Neri – una serie mai conclusa che ha per soggetti persone che vivono in Francia ma hanno legami molto forti con l’Italia, e viceversa – invitano a riflettere sul concetto di identità, e lo fanno proprio a partire dalla nostra irrimediabile tendenza a scansionare l’altro secondo certe linee. O meglio: ci mettono di fronte all’impossibilità di far funzionare questo meccanismo, spiazzando il nostro incessante bisogno di chiarezza tassonomica. I volti e i corpi che vediamo stanno lì e basta. All’azione è sostituito il mero fatto di esserci, di occupare quel pezzettino di mondo in quel particolare momento della giornata. Questi volti stanno lì, a rompere la nostra idea di identità.

A guardarli, mi vengono in mente delle parole di Niki Giannari: «cette procession sacrée / nous regarde et nous traverse». La situazione è certamente un’altra (Giannari scrive da Idomeni, dal più grande campo profughi al confine tra Grecia e Macedonia), ma il fatto è che il lavoro di Andrea Savorani Neri si presenta come una processione sacra che ci guarda e ci attraversa. Facciamo silenzio di fronte a queste persone, aspettiamo che passino in noi. E una volta passate restano, perché i loro tratti fanno emergere delle forme “originarie”. In queste figure emergono tutte le variazioni dell’essere umano, raccolte e trasmesse.

Nella loro immobilità, i ritratti compiono un doppio movimento: da una parte rimandano a un universale originario, ovvero alla condizione umana, alla sua essenza; dall’altro rinviano continuamente alla pluralità, alla molteplicità, alla singolarità di ogni corpo sensibile e vivente. In questo stabile fluire, la loro identità si modifica e si trasforma fino a sfumare. E il movimento si compie anche nel tempo: le persone qui ritratte, pur nella loro presente staticità, ci pongono domande sul loro passato che non smette di mostrarsi – che affiora dal modo di fissare o eludere lo sguardo dell’altro, dalla posizione delle braccia, la curvatura delle spalle, il sorriso accennato o la piega delle labbra che tira verso il basso – e sul loro futuro. Questi volti migrano – non solo e non tanto da un paese all’altro, la Francia e l’Italia – ma da spazi fisici, esterni ed interni; da distanze temporali. Passano in noi da vie non unilaterali: è attraverso questo movimento che riescono a eludere la trappola dell’identità. La questione non si pone più allora nei termini della ricerca di quei tratti che, insieme, sarebbero capaci di fondare un’idea stabile di identità culturale e/o nazionale autoproclamata e chiaramente definita, bensì, all’opposto, nei termini di una visione ribaltata: come possiamo dis-identificarci? Come riusciamo a sottrarci alla continua corsa alla costruzione di un’identità sempre più definita, riconoscibile entro certi canoni e infine spendibile?

Se l’identità non è un’essenza ma una relazione, e dunque una possibilità di trasformazione, allora è secondo queste tracce che i ritratti propongono di riflettere: osservando i corpi che ci stanno di fronte, possiamo seguire i fasci di luce che ne illuminano alcune superfici, le curve delle braccia e delle ginocchia, i dossi del naso, fino a percepire – vagamente ma poi, come uno shock, anche precisamente – la vita che ci sta dietro (la fatica del lavoro, la punta di fierezza per una giornata andata bene, la disillusione verso un evento andato storto) e che si costruisce su un piano instabile e molteplice. Questa serie ci ricorda che proprio la somma di dettagli che stiamo osservando – i dettagli di cui le figure ritratte sono costituite, uniti ai dettagli del momento preciso in cui le foto sono state scattate (il raggio che illumina, il giorno che finisce) – rappresenta tutto quello che abbiamo.

La loro forza risiede in un atto di disobbedienza: proprio esponendo la loro soggettività e la loro vita sensibile, i ritratti si oppongono al concetto di identità. È in effetti con la “carne del mondo” – per dirla con Merleau-Ponty – che si riesce a superare la nozione di identità: siamo membrane in relazione continua e indissolubile con tutto quello che ci circonda. Per questo non possono esserci identità fisse, stabili e sicure: ci sarà allora un dentro e un fuori, un movimento di identità condivise dove diveniamo ibridi, ci incorporiamo e scorporiamo, codifichiamo e ricodifichiamo secondo nuove spazialità e temporalità. Esistere, come ci ricorda Spinoza, consiste in una variazione continua: non c’è altra conoscenza al di là delle composizioni dei corpi.

Elisa Attanasio


Ciascuna delle persone ritratte in questa serie, cominciata nel 2012 e tutt'ora in corso, intrattiene legami più o meno profondi tra due Paesi vicini, l'Italia e la Francia. Il mio Paese d'origine e il mio Paese di adozione. I nomi, le età, i luoghi esatti, l'anno in cui ho fotografato queste persone sono elementi meticolosamente annotati ma che considero poco significativi per l'idea che mi sono fatto mano a mano che il lavoro prendeva forma. Un'idea del tutto banale ma che mi piace tenere bene a mente: il volto di un migrante/immigrato/emigrato non ha nulla di necessariamente riconoscibile rispetto al volto di chiunque altro. L'identità nazionale non esiste, o meglio è un mero costrutto culturale. Per altro estremamente mutevole e radicalmente soggettivo. Ringrazio tutte le persone che in questi anni mi hanno dedicato un po' del loro tempo accettando di entrare nel mio archivio. E Elisa Attanasio più degli altri per avere condiviso con me le sue riflessioni su questo tema.

Andrea Savorani Neri


Elisa Attanasio insegna e svolge attività di ricerca all'Università di Parigi, dove ha conseguito un Dottorato di ricerca in cotutela con l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. È autrice di diversi saggi dedicati a scrittori italiani e francesi del secondo Novecento. I suoi interessi vertono soprattutto sulla relazione tra letteratura e filosofia, gli aspetti visuali e artistici dell'opera letteraria, la contaminazione tra testi narrativi e reportage.


Andrea Savorani Neri - fotografo.

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