Il canto dell'anima Rom. Intervista a Santino Spinelli


Lei è un musicista, compositore, poeta, scrittore, professore universitario, ma tutte le sue attività sono legate alla cultura rom. È il senso di appartenenza a spingerlo di esprimersi in quel modo? 

Io sono rom e sento la necessità di far conoscere la mia cultura: musica, letteratura, pittura, teatro del mio popolo. I rom possiedono un’espressione artistica e culturale estremamente originale che fa parte dell’enorme patrimonio dell’umanità, ma che purtroppo non è mai stata conosciuta nel modo giusto. Certamente lo faccio anche perché credo che questo sia il modo migliore di esprimere le mie capacita intellettuali e musicali. Attraverso la mia musica cerco di difendere la mia cultura. Ecco perché canto nella lingua romanì e produco la musica romanì. Cantare nella lingua romanì significa non soltanto mantenere viva questa lingua ma è anche la possibilità di esprimersi e di far conoscere. Il mio concerto non è altro che un viaggio attraverso la musica rom dall’oriente al occidente. È un percorso di conoscenza. 

Che valore ha la musica per i rom?

La musica è innanzi tutto un mezzo di decontrazione psicologica, un mezzo di liberazione dalle inevitabili predizioni di un mondo spesso repressivo nei confronti dei rom. È un mezzo di comunicazione e di espressione della propria interiorità. Un mezzo che permette ai rom di restare uniti ma anche di divertirsi. Nelle feste rom la musica fa da padrone. La musica ha un scopo preciso: unire, tramandare e comunicare

Quindi la musica ha anche un ruolo fondamentale di unione per i rom sparsi per tutto mondo? 

Nella cultura orale dei rom la musica è stata per secoli il mezzo di conservazione e trasmissione culturale. È un collante dal punto di vista sociale e familiare. Se oggi ancora possediamo una integrità culturale è grazie anche alla musica.

L’ elemento caratteristico della musica rom è la diversità di stili e ritmi…

Certo. La musica romanì si può dividere in cinque grandi aree: orientale, balcanica, mediterranea, europea cento orientale, europea nord occidentale. Queste aree musicali in pratica segnano i grandi passaggi storici che il popolo rom ha fato nel corso dei secoli. I rom sono partiti dal nord dell’India e sono arrivati in Europa. Durante il “viaggio” adottavano gli stili che incontravano per la strada. Ogni area quindi è caratterizzata dallo sviluppo di uno stile costruito sugli elementi musicali assorbiti dall’ambiente circostante. La musica romanì da una parte è caratterizzata da una profonda melanconia dovuta al rapporto difficile con la società circostante e dall’altra arte, invece, contiene elementi di allegria, ritmo sostenuto, vivace, trascinante, pieno di vita . Esce così la personalità dei rom. Un dualismo dell’anima romanì che si rispecchia nel canto.

Quali sono i principali temi espressi nei testi dei canti rom?

Sono molto diversi. Nel canto rom c’è un racconto, una storia, una memoria. I testi ricordano gli eventi storici, come per esempio il periodo della seconda guerra mondiale quando tanti rom sono stati sterminati nei campi di concentramento. Tante volte parlano della violenza che i rom subiscono dalla società ospitale e opprimente. Ma sono anche l’espressione della tradizione, dell’etica e della filosofia di vita dei rom. Nel canto c’è tutto l’universo rom. 

Ci sono molte influenze della musica rom sulla musica europea?

Certamente. Soprattutto nel periodo romantico i grandi musicisti si inspirano alla musica romanì, la sfruttano senza però riconoscere il merito. Anche l’inno ungherese proviene dal canto rom. In Romania, Macedonia, Spagna, Ungheria la musica romanì è diventata la musica nazionale.

Nel mondo contemporaneo anche le società più tradizionaliste vivono una fase di trasformazione che si manifesta, a volte, come crisi di identità. Secondo lei anche i rom “subiscono” questi cambiamenti”?

È giusto che il mondo evolva, non possiamo rimanere nostalgicamente nel medioevo. La vita va vissuta con i cambiamenti e con i progressi. L’importante è mantenere la propria identità e cercare di trasmettere la cultura senza perdere nulla delle peculiarità e dei simboli che rappresentano le nostre radici. I rom devono aprirsi alla comunità d’accoglienza perché solo in questo modo il nostro patrimonio culturale può essere diffuso, valorizzato e conservato, ma anche la società ospitante deve adottare delle politiche di accoglienza per aiutare ai rom la vera integrazione. Ovviamente c’è nei rom la nostalgia per il passato, sopratutto quando sono costretti a vivere in condizioni disumane nei campi nomadi. Una vergogna della società ospitante.

Il concetto di campo nomadi e quindi assolutamente sbagliato?

Certamente. Il campo nomadi è una forma di segregazione razziale ed è chiaro che vivendo in queste condizioni è molto difficile proporsi in modo positivo alla società ospitante. Se le politiche non sono quelle di accoglienza si crea un enorme disagio per tutti. Il primo passo da compiere è quello di superare il concetto di campo nomadi. I rom, a differenza di quello che si pensa, non sono i nomadi per cultura e non hanno nessun problema a sedentarizzarsi. 

Il “nomade” non è il sinonimo di “rom”…

Assolutamente no. È un stereotipo negativo che non ha nulla a che fare con i rom. Noi non siamo nomadi, siamo rom, una nazione transnazionale. Il continuo spostamento dei rom è stato il risultato delle continue persecuzioni. Era una specie di resistenza: essere in movimento per non diventare un avversario facile. 

Non è cambiato molto da allora, anche adesso verso i rom esistono tanti pregiudizi da parte dell’opinione pubblica…

È vero, ma attenzione, anche l’opinione pubblica è una vittima perché si forma partendo da informazioni assolutamente distorte appiattendosi sul problema dell’ordine pubblico e sulla questione di campi nomadi. Attraverso l’opinione pubblica passa l’assurdo concetto che ai rom piace vivere nei campi nomadi. In questo modo si giustifica la segregazione razziale e tutto il resto.

Il mondo rom non va appiattito con dei termini quali “zingaro”, “nomade” o “campo nomadi”, perché tante sono le comunità e tante sono le diversità tra loro, e questo va sottolineato. 

Quando si parla di rom si dicono tante di queste stupidaggini senza però dare a loro stessi la possibilità di controbattere. I questo modo l’opinione pubblica si fa una idea sui rom senza conoscerli. Purtroppo si ferma allo stereotipo e non va oltre. Quando si incontra un rom per la strada non si incontra un essere umano, ma uno stereotipo. Certo ci sono anche dei rom mendicanti o delinquenti, me è solo una piccola parte. L’errore del singolo non può portare alla condanna dell’intera popolazione. 

Durante la sua esperienza personale è stato difficile confrontarsi quotidianamente con la società “non rom” ?

Certamente. Il mio percorso è stato molto difficile. Soprattutto quando ho iniziato a frequentare la scuola. Allora esisteva una società omologante che emarginava tutto ciò che era diverso. La diversità veniva rifiutata. Oggi per fortuna esiste il concetto di interculturalità. È un grande passo in avanti anche se ancora qualcuno pensa che l’interculturalità è soltanto la conoscenza di un’altra cultura quando in realtà è molto di più. La cultura va vissuta. Soltanto vivendo un’altra cultura si ha l’opportunità di arricchirsi, interagire e apprezzare “l’altro”. L’“altro”, in fine dei conti, siamo noi stessi. Se noi abbiamo paura dell’altro è perché abbiamo paura di noi stessi. Incontrarsi significa anche ritrovarsi. Ecco perché durante i miei concerti chiedo al pubblico di cantare in lingua romanì. Per creare un momento di interculturalita perché la musica arriva al cuore prima che alla mente. È un linguaggio universale che tutti possono comprendere ed è un mezzo che aiuta a superare le barriere linguistiche e razziali.

di Monika Poznanska

L'articolo è stato pubblicato la prima volta sulla rivista Città Meticcia, numero 11, nel maggio 2005

Monika Agnieszka Poznanska  è nata in Polonia nel 1972. Si è laureata in Teoria e storia della Cultura - corso di Laurea con specializzazione in Antropologia Culturale ottenuta presso la Facoltà di Scienze della Cultura e Civiltà, Silesia (Polonia).  Dal Novembre 2014 ricopre la posizione di operatore / referente  dell’area di Integrazione  presso la coop Cidas svolgendo  le mansioni di orientamento e sostegno per la formazione professionale e l’inserimento lavorativo delle persone immigrate per il Progetto Sprar.