Nel 2018, quando in questo Paese le forze al governo iniziarono a teorizzare e poi praticare le orrende politiche dei porti chiusi, quando si istituzionalizzava la discriminazione in base alla provenienza ed al colore della pelle, rendendo le migrazioni e i movimenti dei popoli causa e non sintomo di povertà diffusa ed esclusione sociale, un gruppo di persone, attive nella società civile, decisero di non poter restare silenti e indifferenti davanti a tanta barbarie.  

Facendo leva su tanta determinazione ed una mobilitazione collettiva, riuscirono ad acquistare una nave da portare nel Mediterraneo centrale, una zona resa da respingimenti ed annegamenti, la frontiera più mortale degli ultimi anni. Andò in mare così, la Mare Jonio e dal suo varo nasce Mediterranea Saving Humans.  

Ad oggi, sono 12 le missioni compiute in quella zona di mondo (la dodicesima missione è in corso nel momento in cui si scrive, 92 le persone messe in salvo a bordo). Nel corso di questi anni, anche le altre ONG sono riuscite a tornare nel Mediterraneo centrale ed insieme a loro e ad Alarm Phone, Mediterranea è riuscita a creare un vero e proprio coordinamento delle azioni di soccorso e monitoraggio, in un momento drammatico in cui è mancata collaborazione con gli stati di frontiera, le autorità portuali e le capitanerie di porto, per condurre in sicurezza le operazioni di salvataggio. Grazie a quel coordinamento, oggi, chi rischia la propria vita in cerca di un futuro degno attraversando su imbarcazioni di fortuna il Mediterraneo, può contare sulla “Civil Fleet”, una vera e propria flotta civile che quotidianamente sfida assurdi divieti e imposizioni per mettere al primo posto il diritto delle persone di migrare in cerca di un futuro migliore.  

Questi anni non sono stati semplici. Le azioni dei governi degli Stati di frontiera, con il nostro in prima fila, hanno reso le politiche migratorie della comunità europea un vero e proprio percorso ad ostacoli, volto principalmente a scongiurare e reprimere ogni forma di migrazione. Gli scandalosi accordi presi con un instabile e mai riconosciuto governo libico, hanno finito col finanziare e sostenere la creazione di veri e propri centri di detenzione. Lager, nel senso intrinseco del termine, in cui, al di fuori di qualsiasi rispetto delle più elementari tutele dei diritti umani, migliaia fra uomini, donne, bambini e bambine, prevalentemente provenienti dall’Africa subsahariana, ma anche dal Pakistan, dal Bangladesh, vengono detenute senza colpa per impedire loro di proseguire il viaggio verso l’Europa.  

Sono ormai sempre più di dominio pubblico le violenze, le brutalità, le atrocità commesse in quei luoghi terribili, lo scempio che si fa della vita, della dignità, dei corpi di chi non può pagare per garantirsi la sopravvivenza. Le denunce, i racconti di quanti riescono a sopravvivere, i segni indelebili marchiati a fuoco sulla pelle, non sono ancora sufficienti perché a questo orrore si possa mettere la parola fine. Ed è anche per questo motivo che Mediterranea decide che è necessario costruire, intorno alle missioni in mare aperto, una vera e propria mobilitazione della società civile, in grado da un lato di supportare e diffondere quello che succede in mare aperto, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica main stream. Dall’altro, di fare in modo che nelle strade, fra la gente, si facessero strada i motivi reali che vengono celati dietro i fenomeni migratori e dietro le scelte scellerate degli stati di ostinarsi a reprimere e uccidere, piuttosto che accogliere e collaborare per la costruzione di una società giusta e inclusiva.  

Mediterranea diventa per questo una associazione, favorendo la nascita di quelli che oggi si chiamano Equipaggi di Terra (Edt), dei nodi territoriali che consentono anche a chi in mare non può o non riesce ad andare, di dare un contributo di senso e di sostanza, di trasformarsi in megafono e moltiplicatore di notizie, informazioni, denunce, battaglie. Mediterranea, così come le altre ONG, è stata oggetto (e lo è ancora) di campagne di criminalizzazione, diffamazione, tentativi di arresto delle attività. Per mesi la Mare Jonio è rimasta all’ancora, sotto sequestro. Per mesi, alcuni fra i capimissione e fondatori dell’organizzazione si sono trovati con le case perquisite e con deliranti accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, se non peggio. Ma nessuno di questi tentativi è riuscito fino ad ora a fermare un desiderio sempre più diffuso di giustizia. La Mare Jonio ha ripreso a solcare le acque del Mediterraneo e gli Equipaggi di Terra si sono moltiplicati sul territorio nazionale, sfidando anche la clausura dettata dalla pandemia e la difficoltà di scendere in strada per incontrarsi, stare tra le persone, costruire senso comune.  

L’Equipaggio di Terra di Napoli, nasce così, in questo momento di grande ambascia per il Paese, ma durante il quale non si sopiva l’orrore per quanto succedeva lungo le frontiere. E sono proprio le frontiere, fisiche o politiche, lungo le quali sempre di più continuano a schiantarsi i desideri ed i sogni di migliaia di persone, soprattutto ai margini della Comunità Europea, che sono rimaste sotto una costante osservazione da parte di Mediterranea. Perché, se è vero che l’azione principale resta e rimarrà verso la frontiera d’acqua, la più assurda, la più mortifera, una organizzazione come questa non si piegherà mai al pensiero di chi intende una migrazione migliore o più necessaria di un’altra, un migrante portatore di più o meno diritti di un altro.  

La rotta balcanica, quella polacca, quella sulle Alpi fra Italia e Ventimiglia, quella fra Marocco e Spagna: l’occhio attento di Mediterranea non ha smesso di guardare mai a quei confini e a chi da questi viene brutalmente respinto. Già alla fine del 2021 come Equipaggi di Terra avevamo denunciato i violenti respingimenti operati dal governo polacco al confine con la Bielorussia, nel tentativo di respingere persone in fuga dall’Afghanistan o dalla Siria. Con la stessa attenzione ci siamo voltati verso quegli stessi confini quando il 24 febbraio la Russia ha invaso l’Ucraina, iniziando una guerra feroce e, al solito, incomprensibile. Perché abbiamo imparato, ascoltando le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino, che le prime vittime di ogni conflitto sono sempre i civili. Sulla loro testa, sui loro corpi, sulla loro sopravvivenza si giocano i conflitti e si trattano le rese. E, ancora una volta, sono queste le condizioni inaccettabili per una società che voglia davvero definirsi civile. Inaccettabili per chi non intende voltarsi mai dall’altra parte. Dunque, dopo poche settimane dallo scoppio della guerra, decidiamo di mettere in piedi la prima missione di terra di Mediterranea Saving Humans. La forza aggregatrice degli Equipaggi di Terra ha fatto da aggregatore e a Napoli in tante e tanti hanno iniziato a chiederci cosa fare, per cui, sentendo anche il resto dell’organizzazione, abbiamo fatto quello che avremmo fatto in mare: abbiamo deciso di andare a prendere i civili, di offrire loro un passaggio sicuro lontano dagli orrori del conflitto. Nasce, così, la prima Missione Safe Passage che parte il 17 marzo da Napoli, Roma, Milano e da alcune città venete verso il confine polacco-ucraino, mentre un’altra parte della carovana arriva fino a Leopoli. Tre autobus e sette furgoni partono carichi di aiuti umanitari e tornano pieni di persone, prevalentemente donne, bambini, malati, feriti, che affollavano i campi di accoglienza allestiti dal governo polacco e che volevano ricongiungersi con i familiari o semplicemente, andare al sicuro.

Quella esperienza, per noi, è stato un volano per intraprendere altre due Missioni Safe Passage; una di queste, la terza, riesce a spingersi fino a Kiev per aiutare, raccontare, monitorare, osservare. 225 sono le persone riportate in Italia da queste missioni, di 7 nazionalità diverse. A tutte loro è stato offerto un passaggio sicuro e gratuito e senza discriminazioni, considerando che ancora oggi giungono segnalazioni di persone non ucraine che faticano a lasciare il Paese per mettersi in salvo. Ancora una volta, il colore della pelle, la provenienza, il censo, operano esclusioni e differenze che neanche un conflitto riesce a livellare. Ancora una volta, bisogna andare dove è necessario, perché i diritti umani o sono di tutti o non sono, come diceva Gino Strada. 

Torneremo ancora in Ucraina con un nuovo progetto nelle prossime settimane: un ambulatorio medico mobile per portare medicine e cure in luoghi in cui i presìdi medici sono stati trasformati in ospedali militari, tagliando fuori, di nuovo, la popolazione civile. Luoghi in cui una scatola di tachipirina è reperibile solo al mercato nero per non meno di venti euro la confezione. Un mezzo di cui ci doteremo e su cui torneremo anche in futuro, sulle frontiere che grideranno giustizia, dove ci saranno persone che avranno bisogno di soccorso. 

Perché, prima si salva, poi si discute! 

Laura Marmorale
[Giugno 2022]

Laura Marmorale: membro dell’Equipaggio di Terra di Napoli di Mediterranea Saving Humans. 43 anni, operatrice sociale, da anni impegnata nei movimenti antirazzisti e sociali della sua regione e nazionali.  

È stata Assessora ai Diritti di Cittadinanza del Comune di Napoli fra il 2018 e il 2020.