Pandemia e accoglienza - il caso della Comunità alloggio Aylan


Di catastrofi che possono essere generate da gesti innocui, ripetuti infinite volte, parlano gli educatori della Comunità alloggio “Aylan” del Progetto SIPROIMI MSNA di Colle Sannita (Benevento) dall’inizio della pandemia. La parola pandemia, dal greco Pandemos (che interessa tutte le persone) è entrata con vigore nell’ordinario parlato quotidiano, esprime un potere pressante e vincolante, al punto da non poter esimere nessuno da un’attenta riflessione. Da quest’ ultima dipende il modo in cui si tende ad agire. L’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accentuare i pregiudizi preesistenti, relativi soprattutto ai cittadini stranieri. Dunque essere comunità in un Paese nel quale prevalgono tuttora atteggiamenti discriminatori appare ancora più difficile. La maggior parte delle riflessioni emerse anche in questa situazione sembrano ignare dell’idea di appartenere ad un unico genere, quello umano. 

Il 10 novembre 2020 “Aylan” riceve il primo risultato POSITIVO al test per Ricerca Covid-19. Nonostante le restrizioni, la sospensione di tante attività, il senso di protezione e il rispetto delle regole, la Coordinatrice è stata contagiata. Dopo aver organizzato infiniti momenti di condivisione e confronto con il gruppo degli operatori e degli ospiti, aver lavorato per mesi sulla diffidenza che talvolta echeggiava, sull’incapacità di riconoscere una difficile realtà che sembrava così lontana per i minori (ormai segregati in uno spazio limitato in cui vivono tutte le giornate), la rilevazione della sua positività al test ha descritto la comunità come il primo focolaio locale. La notizia, divulgata con una forte carica di allarmismo, è stata smentita tempestivamente: tutto il personale e l’utenza ha effettuato il tampone con esito negativo. 

La Coordinatrice racconta: “da giorni vivevo un profondo stato di malessere, difficilmente riconducibile al Covid19, consulto diversi medici che unanimemente mi consigliano un breve periodo di riposo. Effettuo il tampone molecolare a seguito di un contatto con un collega contagiato, ricevo l’esito POSITIVO e informo tempestivamente tutti i miei contatti. Cerco di rassicurare tutti, di placare l’agitazione di chi era stato al mio fianco e pochi mi risparmiano accuse e non mi attribuiscono colpe. I miei colleghi stretti e i ragazzi ospiti della comunità, insieme alla mia famiglia manifestano affetto incondizionato dal primo istante, si preoccupano per me e mi fanno sentire vittima dell’attacco di un virus; il resto mi fa sentire colpevole di essere una potenziale untrice. Fortunatamente posso raccontare la mia esperienza perché nulla è scontato in questa pandemia. Il periodo di isolamento è stato breve, il mio stato di salute non è stato compromesso, ma i rapporti umani sì. Le difficoltà come queste sono maestre di vita, insegnano a sopportare il sapore dell’amaro in bocca che lascia la consapevolezza della presenza dominante dell’egoismo nel genere umano. Quando i sintomi passano, la tempesta si attenua, le cicatrici restano. La mia esperienza mostra tutte le difficoltà legate a questo momento storico: ascoltare, avvicinarsi, visitare perché tutti sono potenziali pericoli e dall’altra parte invece si trova la maggior parte dei beneficiari: diffidenti, increduli, fatalisti, informati troppo spesso solo da fonti religiose”. 

Prendere le distanze da ciò che viene percepito come “pericoloso” è un comportamento istintivo che difficilmente si riesce a controllare. La percezione del pericolo genera paura, un’emozione primaria che ha lo scopo di preservare l’integrità individuale. Questo sentimento non si è manifestato all’interno del gruppo, nonostante l’elevato rischio. Ogni operatore ha vissuto questi mesi percependo il luogo di lavoro come un posto sicuro, nonostante la pressione e la preoccupazione subita dall’esterno da parte di familiari, amici e conoscenti. “Il pericolo posso essere io” è stata l’affermazione più diffusa tra i lavoratori, nonostante l’esterno affermasse con forza che “gli stranieri sono i principali untori”. 

Questi mesi hanno richiesto grandi capacità di adattamento. Abbiamo imparato ad utilizzare la tecnologia come unico canale di comunicazione attivo con l’esterno. Quest’affermazione appare banale ma in un contesto multiculturale come quello di una comunità che ospita minori stranieri non accompagnati si concretizza come il raggiungimento di un obiettivo importante, attraverso sforzi quotidiani, costanti e immani. Considerare gli strumenti comunemente utilizzati in momenti di svago, come mezzi attraverso i quali apprendere, svolgere percorsi formativi, confrontarsi, è stato difficile con un gruppo di ragazzi che immagina la scuola come uno spazio fisico in cui svolgere attività scolastiche tradizionali. Il tempo trascorso in comunità è stato lungo e ha potuto dimostrare che anche il canto insegna, che da una serie TV si può imparare, che fare un puzzle rilassa, che svolgere attività fisica con una guida presente virtualmente dà dei benefici, che è bello preparare il pane, la pizza, le piadine, le merendine. Che il tempo che la vita ci regala non è mai perso. 

La pandemia insomma ha fortificato tutto ciò che esisteva: ha reso migliori gli aspetti che già erano positivi e ha messo in rilievo e amplificato quelli negativi. 

La ruggine rode il ferro, il fuoco lo pulisce, lo forgia e lo rende migliore.

Pasqualina Di Giuseppe

[gennaio 2021]


Pasqualina Di Giuseppe, dopo l'università La Sapienza a Roma, lavora come coordinatrice della Cooperativa GIADA ONLUS, che dal 2010 è impegnata nell’accoglienza dei Minori stranieri non accompagnati. La Cooperativa opera dal 1997 a Colle Sannita (BN). www.coopgiada.com