The Sky over Kibera: intervista a Marco Martinelli e Ermanna Montanari



The Sky over Kibera, dopo la presentazione in anteprima mondiale a Nairobi e la proiezione al Festival Internazionale di Cinema 2019 a Milano è approdato a Ravenna. Lo ha accolto il 21 gennaio un Teatro Rasi gremito e partecipe: la serata prevedeva infatti anche la “prima chiamata pubblica” per il Paradiso del Cantiere Dante in occasione del centenario nel 2021. Portare la Divina Commedia in Kenya, e più precisamente nel più grande slum di Nairobi, a Kibera, dove 150 studenti di diverse scuole hanno partecipato al laboratorio di “non-scuola”, era la sfida di Marco Martinelli. Un anno e mezzo di lavoro di cui le riprese, durate quattro giorni, ci offrono una sintesi preziosa confermando la sensibilità del regista nel descrivere senza pietismo o mero documentarismo l'esperienza vissuta e condivisa. Grazie alle riprese dall’alto, ai campi lunghi e ai piani sequenza gli spettatori, novelli viandanti, vengono infatti presi per mano e accompagnati gradualmente in un viaggio corale all'interno di questa realtà, di cui è impossibile non sentirsi partecipi.

Per approfondire le nostre impressioni abbiamo pensato di coinvolgere Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, coautrice del soggetto, compagna di vita e di scena con cui condivide da sempre l’esperienza di meticciato culturale, cifra del Teatro delle Albe, in un dialogo che crediamo interessante.

The Sky over Kibera ci sembra rappresentare una sintesi forte di tre temi che accompagnano il vostro lavoro da molto tempo, forse da sempre: la "non-scuola" (e l'interazione tra teatro e polis), l'Africa (l’incontro con l'alterità il ritorno alle radici, il dionisiaco), Dante (poesia come vita, dal Cantiere a Fedeli d'Amore). È così? Potete dirci qualcosa di più sulle tappe del vostro percorso?

Walter Benjamin diceva che “scriviamo sempre lo stesso libro”. In parte è vero. Si alimenta sempre la stessa fiamma, ci attraversano sempre quelle ossessioni e quei desideri che formano la zona profonda del nostro essere. Quindi sì, Kibera è un “nuovo” incrocio di strade che vengono da lontano: e tutto nasce dalla proposta di AVSI, una ONG che lavora in tutto il mondo. Sandro Cappello, su suggerimento di Riccardo Bonacina, legge Aristofane a Scampia e chiede a Marco se può impegnarsi in una nuova avventura nello slum di Kibera, ai margini di Nairobi. Detto e fatto. Marco vola in Kenia e dopo alcuni sopralluoghi decide di lavorare alla Divina Commedia con i 150 bambini e adolescenti che hanno scelto di fare teatro con lui.

Nelle varie interviste si legge che Marco ha "messo in vita" il progetto: dunque non si tratta di una mera messa in scena. Il risultato ci conferma l'estrema vitalità espressa dagli adolescenti coinvolti e in qualche modo anche dell'ambiente, del teatro a cielo aperto in cui si muovono. Ma forse potete spiegarci meglio cosa intendete per “messa in vita” ?

“Messa in vita” significa che il punto di partenza deve essere un punto condiviso dai ragazzi, sentito come loro, che parli della loro vita. Quel “punto” è la base di tutto. Marco, affiancato da Laura Redaelli, attrice delle Albe e guida della non-scuola, si è rivolto così ai 150 di Kibera: “Vi racconto l’inizio di una storia, se vi piace la metteremo in scena insieme, se no ne troveremo un’altra. C’è un uomo, che si è smarrito in un bosco di notte: quella dark forest non è solo un bosco di notte, è la selva delle sue paure, dei suoi fallimenti, della sua disperazione. Quando sembra che stia per uscirne fuori, tre belve gli si parano davanti. Che cosa gli accade, secondo voi?” In coro rispondono che le belve se lo divorano, quell’uomo smarrito. Solo un bambino alza la mano, e dice: “Chiama la sua mamma, che lo salva.” Ah… in effetti anche nella storia che Marco sta raccontando avviene qualcosa di simile… quell’uomo, che si chiama Dante, vede un’ombra venirgli incontro e grida: Abbi pietà di me, che tu sia un’ombra o un uomo. Quell’ombra diventerà la guida che lo porterà dalle tenebre alla luce. Perché non ci salva mai da soli. E allora, chiede Marco, vi piace questa storia? Tutti, convinti, dicono di sì, e ci rivelano quel che ignoravamo, che in swahili “kibera” significa “selva”. Kibera è la “selva oscura” in cui anche a loro pare talvolta di perdersi: in seguito, per raccontare i gironi infernali, abbiamo intrecciato le suggestioni dantesche alle esperienze quotidiane dei ragazzi.

Molto interessante che Kibera significhi selva: luogo emblematico dunque da cui iniziare il viaggio dantesco. Per noi europei e provinciali è semplice pensare agli slum di Nairobi come ad un moderno inferno. Siete invece riusciti a portarci a riveder le stelle: quale significato date al Dante di Kibera ?

È sufficiente guardare gli occhi di questi bambini e adolescenti: c’è dentro una fame di vita che è gioiosa, pur in una condizione infernale. Kibera è come tutte le baraccopoli del mondo: mancanza di fogne, di acqua potabile, AIDS, violenza, street children abbandonati, rifiuti e immondizia a cielo aperto. Eppure in questo inferno la vitalità di quei piccoli ci racconta, paradossalmente, un desiderio di paradiso.

Questo secondo lavoro dietro la macchina da presa dopo La vita agli arresti sembra confermare la volontà (e la capacità) di indagare e sperimentare una dimensione tra teatro e cinematografia. Da cosa deriva questo interesse e come intendete proseguire l'esperienza ?

La sognavamo da anni, Marco da sempre. Il suo primo trattamento cinematografico, Lungo la Palude, una storia ambientata a Ravenna nel 1300, lo ha scritto poco più che ventenne, ed è rimasto da allora nel cassetto, insieme a tanti altri tentativi, intuizioni rimaste allo stato di abbozzo. Ci siamo arrivati tardi, al cinema, ma è inutile recriminare, certi appuntamenti arrivano quando lo decidono loro. Per anni abbiamo fatto teatro nutrendoci di cinema, da Pasolini a Bresson a Kaurismaki, oggi facciamo cinema alimentandolo con le nostre esperienze sceniche: sono vasi comunicanti. 

A proposito di cinematografia: è impossibile non pensare ad una volontaria citazione di Der Himmel über Berlin di Wim Wenders: un'opera estremamente poetica in cui agli umani, soli e immersi in una realtà congelata in uno splendido bianco e nero, sono affiancati gli angeli, capaci di visione e a volte di compassione. In Kibera il cielo è sempre presente, il potente cielo aperto africano, che sembra rispondere a quella "fame di luce" di cui parla Marco. Qui non c'è bisogno di angeli? O se sì, chi sono?

L’angelo è l’essere umano che ci si para davanti. E’ il tuo “prossimo”, per dirla col Vangelo. Ma quel tuo “prossimo” può rivelarsi anche come il tuo assassino. Sta tutta qui, la terribile ambiguità della nostra condizione: quel che ci danna è al tempo stesso quello che può salvarci. Farmaco e veleno. Il titolo, che evoca il bellissimo film di Wenders, nasce dal fatto che nella prima escursione a Kibera Marco era così preoccupato di scansare pozzanghere e immondizia che aveva gli occhi sempre rivolti a terra, e non aveva visto il cielo. Ma il cielo c’è, a Kibera: il cielo sono quei bambini, è riflesso nei loro occhi, il cielo è quella vita che, nuda e indifesa, chiede vita alla vita, chiede Amore, chiede senso in mezzo all’insensato. E’ un urlo in mezzo alle lamiere, un soffio di vento che ci interroga nell’intimo.

Carla Babini e Maurizio Masotti

[25 gennaio 2020]