143, rue du désert: il tempo che passa



In questo scorcio di fine anno tornano alla mente le molte immagini affastellate negli ultimi mesi, col loro ritmo frenetico e la loro conseguente incapacità di sedimentarsi, senza poter impressionare la nostra memoria nel profondo. C’è una sorta di assuefazione alla molteplicità e alla velocità che ci rende insensibili, o almeno difficilmente permeabili, nei confronti delle sollecitazioni esterne. Poco resta di questa sovraesposizione, a ben vedere, ma quando accade porta con sé l’intensità che ci spinge a riflettere.

Ripenso spesso a Malika, la protagonista di 143, rue du désert dell’algerino Hassen Ferhani, visto a novembre scorso durante il Festival Viennale (24 ottobre-6 novembre Vienna). La pellicola, premiata a Locarno nella sezione Cineasti del Presente (Miglior regista esordiente) e al Torino Film Festival (Miglior Film per Internazionale.doc), è una sorta di road movie al contrario: Ferhani sceglie di descrivere la realtà in movimento attraverso lo sguardo della protagonista che gestisce un piccolo emporio-caffè sulla Route 1. Questo luogo reale e al contempo emblematico, in the middle of nowhere (or everywhere), è lo spazio in cui Malika, la custode del vuoto nel cuore del deserto, trascorre i suoi giorni e le sue notti, in cui accoglie camionisti, turisti, pellegrini che sostano per bere un té o acquistare sigarette. Il tempo si dilata coi loro racconti, le musiche e i molti silenzi pieni di sguardi e spesso di sorrisi. 

143, rue du désert non ha un plot, non segue l’arco narrativo tradizionale, ma il regista rifiuta la categorizzazione di documentario come opposto alla fiction, l’intenzione era infatti quella di filmare tutto ciò che la realtà fosse in grado di offrire partendo da un teorico non-luogo testimone del passaggio di una moltitudine di persone di cui viene svelata man mano una porzione di vita e di storia. E dunque il paesaggio desertico del Sahara, con le dune che sembrano trasformarsi senza continuità in un orizzonte in eterno movimento, e il piccolo rifugio di Malika, una sorta di porto franco nel cuore dell’Algeria, hanno un ruolo complementare nel film: scopriremo infatti, dai racconti frammentati dei personaggi, che la sensazione di vivere un tempo assoluto fuori dalla storia è una mera illusione.

Qualcosa minaccia il precario equilibrio che permette a Malika di sentirsi al centro del suo piccolo mondo: la costruzione di un nuovo gigantesco ipermercato danneggerà fortemente il suo lavoro. Ma, fissando intensamente la macchina da presa, il suo sguardo fiero ci racconta la sua decisione di restare, non solo come testimone del passato, ma per difendere un fragile presente. Per difendere un luogo di pace, riflessione ed energia, citando le parole del regista. E fa riflettere su molte cose come Ferhani racconta la storia di Malika.

Innnanzitutto sulla pazienza e la gentilezza dello sguardo con cui osserva luoghi e persone. Sul rispetto dei tempi, a volte estremamente dilatati nell’attesa che qualcosa succeda, prima che lo spettatore riesca ad assumere il “ritmo del deserto”. Ma soprattutto sulla profonda sensibilità con cui ascolta la sua protagonista. I molti e discordanti tasselli che compongono la complessa storia individuale vanno a confluire nella storia collettiva di una “ordinaria globalizzazione”. Malika è in fondo una combattente: difende la sua scelta con una resilienza straordinaria; oppone il suo presidio alla definitiva desertificazione di quell’angolo di deserto, ad opera di chi vende sviluppo e ricchezza apparente. Il suo sguardo intenso ed ipnotico mi ha fatto pensare ad alcune parole di Gianni Celati che da anni mi accompagnano: “In fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo tempo che passa.”

Carla Babini

[15 dicembre 2019]



Ps. 143, rue du désert non è ancora distribuito in Italia. Speriamo nel 2020.

Carla Babini, docente e formatrice di lingue straniere in Italia e di italiano all’Università di Vienna, dal 2001 al 2016, Carla Babini è stata poi Addetta culturale per il Ministero degli Affari Esteri presso gli Istituti di Cultura di Vienna, Monaco e Londra. Si è occupata di promozione della lingua e cultura italiane, con focus su letteratura, storia contemporanea, cinema, teatro ed arti visive. Ha collaborato al progetto Tracce migranti - Nuovi paesaggi umani. È autrice di numerosi saggi e traduzioni in ambito linguistico, letterario, interculturale, fotografico ed artistico.