ll Festival delle Culture, un luogo di conoscenza


Per la prima volta, quest’anno, ho partecipato al Festival delle Culture di Ravenna da semplice spettatore. Per la prima volta ho potuto assistere anche alla parata inaugurale, che mi sono sempre perso a causa degli impegni organizzativi che mi tenevano bloccato in Darsena, luogo principale della manifestazione. Come avevo intuito dai racconti e dalle immagini raccolte, la parata è un momento di estrema vitalità ed energia, in cui i più giovani prendono possesso della scena attraverso performance di strada che vanno dal teatro (con l’interessante esito del laboratorio del Teatro due Mondi di Faenza), alla capoeira, al parkour, alla break dance e alla danza aerea. Giovani italiani e stranieri insieme, senza che questa differenza sia significativa in un contesto artistico, come a ribadire che le differenze sono spesso imposte unicamente da leggi miopi che ignorano la realtà sociale e culturale della società attuale.

Cittadinanze e ius soli erano proprio i temi portanti di questa XII edizione.

Partita da piazza San Francesco in pieno centro città, la parata, scandita da percussioni africane e da coloratissime danze, ci ha introdotto in Darsena, dove si percepisce subito la ricchezza della manifestazione. Dentro l’Almagià, il vecchio magazzino dello zolfo restituito alla città sotto forma di spazio scenico, fervono i preparativi per il susseguirsi degli spettacoli serali, mentre all’esterno e lungo la banchina della Darsena è un intrecciarsi di banchetti espositivi delle associazioni di migranti e del terzo settore, tavoli laboratoriali dedicati ai più piccoli, stand di artigiani e soprattutto stand con cucina da diversi angoli del pianeta (ben dieci quest’anno).

Al di là degli appuntamenti da programma è questo variegato mondo di contorno che fa emergere l’aspetto principale del Festival, che è la partecipazione dal basso, la cooperazione da parte di ogni singola associazione, stranieri o italiani che siano, la voglia di stare semplicemente insieme, che proietta un’immagine di una società armonica nella sua diversità, oramai irrimediabilmente meticcia.

Ho avuto la possibilità di far parte dell’organizzazione del Festival delle Culture dalla sua prima edizione, nel lontano 2005. La manifestazione fu fortemente voluta dall’allora Rappresentanza dei cittadini stranieri di Ravenna, in particolare dal suo presidente, il senegalese Modou Fall, che trovò nell’assessorato all’immigrazione del Comune di Ravenna, con il suo titolare Iuri Farabegoli, piena disponibilità. Disponibilità che fu presto espressa anche dalle associazioni dei migranti, che dovevano essere le principali protagoniste della manifestazione attraverso la proposta di spettacoli. L’idea era quella di dare una visibilità positiva ai cittadini immigrati facendoli diventare protagonisti di un grande evento e produttori di cultura da offrire a tutta la cittadinanza. Fu scelto poi un direttore artistico, nella figura dello scrittore di origine algerina Tahar Lamri.

Il primo Festival delle Culture della città di Ravenna, a cui venne dato il titolo programmatico ‘L’essenza della presenza’, si tenne al Pala De Andrè nel week-end del 20, 21 e 22 maggio 20005.

Per la novità della proposta fu sicuramente una scommessa. Una scommessa a mio avviso vinta pienamente sia per l’autenticità degli spettacoli, che per la risposta del pubblico, visto che non era scontato riempire il Pala De Andrè, luogo deputato a grandi manifestazioni.

Come si diceva, le associazioni erano le principali protagoniste nel rappresentare la cultura del proprio Paese (Nigeria, Senegal, Albania, Filippine, Brasile, Algeria), a cui si alternavano, già dal primo anno, artisti di fama internazionale: Pape Siriman Kanoutè, griot senegalese suonatore di kora, e Alexian Santino Spinelli, maestro musicista di origine rom. Per animare il Festival, oltre agli spettacoli, anche il cosiddetto suq, con stand sia di prodotti ‘etnici’ che di associazioni di volontariato, e un punto ristoro ma- ghrebino posizionato sotto una grande tenda berbera all’esterno del palazzetto idea molto apprezzata, con centinaia di persone in fila per assaporare sapori esotici, e destinata quindi ad essere potenziata in futuro. Momento celebrativo la consegna del primo premio all’intercultura del Comune di Ravenna a Roberta Sangiorgi, presidente dell’associazione multiculturale Eks&Tra impegnata nella promozione della letteratura migrante tramite l’omonimo premio nazionale.

Non ricordo il motivo per cui il Festival delle Culture non si tenne per due anni. Riprese nel 2008 trasferendosi in quella che è tutt’ora la sua sede, le Artificerie Almagià nella zona darsena di città. ‘Nessuna cultura può restare senza comunicare. Nessuno può vivere senza condividere le proprie esperienze, visioni, sentimenti e punti di vista’ scriveva Tahar Lamri nel presentare la seconda edizione.

Veniva ripetuta la formula del primo anno della kermesse, con le associazioni protagoniste degli spettacoli. Si iniziò però a dare spazio anche alle parole con momenti di dibattito sui temi dell’immigrazione, intercultura e diritti umani.

Fra i tanti argomenti, negli anni si è discusso di razzismo, mediazione interculturale scolastica, comunicazione interculturale, cooperazione internazionale, mediazione dei conflitti, seconde generazioni, primavere arabe, islam, laicità e diritti delle donne, accoglienza dei richiedenti asilo, ius soli, lavoro, questione rom, questione kurda.

Numerosissimi gli ospiti che sono passati per il Festival tra cui, per citarne solo alcuni, Layla Chaouni (direttrice della casa editrice Le Fennec di Casablanca), l’esperto di razzismo Giuseppe Faso, il giornalista Gabriele Del Grande, Wu Ming, lo scrittore Ali Baba Faye, la staffetta partigiana Lea ‘Sultana’ Bendandi, lo scrittore uruguayano Milton Fernandez, il cooperante Pietro De Carli, il sociologo Mauro Valeri, l’antropologo Francesco Zanotelli, l’europarlamentare Cécile Kyenge, Antonio Dikele Distefano (nella sua crescita da rapper a scrittore), l’avvocata Alessandra Ballerini, Yilmaz Orkan (membro del Congresso Nazionale del Kurdistan), l’attrice e attivista rom Dijana Pavlovic, lo scrittore Mouhamed Ba, Azra Nuhefendic di Osservatorio Balcani Caucaso, il poeta di origine eritrea Hamid Barole Abdou, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo (tra i protagonisti di Fuocoammare di Rosi) la giornalista Chiara Cruciati, l’atleta Fiona May, il giornalista Rai Riccardo Iacona.

Ospiti di particolare riguardo i vincitori degli annuali premi all’intercultura tra cui ricordo il Cospe, la giornalista Federica Angelini, il Prefetto Riccardo Compagnucci, Dijana Pavlovic e Santino Spinelli, la sociologa ed ex dirigente del Comune di Ravenna Raffaella Sutter, Avvocato di Strada, la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, protagonista di un’emozionante diretta via skype dall’isola.

In questa intensa strada che sto con difficoltà cercando di raccontare, come difficili sono da raccontare le emozioni, un anno di svolta fu il 2013, quando il Comune di Ravenna decise di abbandonare la formula della direzione artistica in favore del metodo organizzativo della progettazione partecipata. Questo nuovo approccio, che si dimostrò subito bisognoso di più tempo e di maggior lentezza, ha permesso al Festival di rinnovarsi anno dopo anno, di nutrirsi sempre di nuove presenze e passioni. La progettazio- ne partecipata prevedeva un percorso con inizio sin dal mese di novembre con assemblee plenarie aperte a tutta la cittadinanza in cui cittadini italiani e migranti potessero liberamente confrontarsi sull’idea stessa del Festival, definirne i temi e le linee programmatiche. Da questa assemblea si articolavano gruppi di lavoro, luoghi di cooperazione con il fine di dare concretezza al programma. C’era quindi il gruppo che seguiva i giovani e la relativa parata, quello degli spettacoli, quello dei dibattiti, quello dei laboratori, quello dei ristoranti e quello della comunicazione. Nella loro organizzazione ogni gruppo si dotava di un coordinatore e così negli anni si sono alternati giovani volontari che è giusto qui ricordare: Franck Viderot, Elena Starna, Alessia Bevere, Meho Sulemanski, Mohamed El Ghouzli, Veronica Rinasti, Rita Taroni, Tatiana Tchameni, Anida Poljac, Andrea Minestrini, Veronica Scianna. I gruppi, supervisionati dal sottoscritto e dalla responsabile della Casa delle Culture Antonella Rosetti, si sono dimostrati negli anni fucina di idee e spazio di condivisione di saperi e di fantasie. La progettazione parte- cipata ha fatto sì che diventasse proprio l’intero processo organizzativo la principale esperienza interculturale di tutto il Festival, ancor più importante rispetto alla manifestazione di tre giorni nel primo week end di giugno.

Tornando al prodotto, negli anni della progettazione partecipata, di fronte a una maggior quantità di idee, si è iniziato a organizzare una serie di eventi, da dibattiti a laboratori a feste di buon vicinato, in tutto il mese di maggio e contaminando diversi spazi cittadini, come percorso di avvicina- mento all’evento principale.

Con piacere si è anche assistito ad un crescendo di qualità dei concerti, con diversi ospiti internazionali, tra cui Zohreh Jooya & Afghan Ensemble nel 2013, Saba Anglana nel 2014, i barcellonesi Lenacay nel 2015, gli ungheresi Söndörgő nel 2016, anno che vede ospite anche l’esplosiva La Dame Blanche, i Saodaj’ dal Madacascar e gli Eyo’nlé Brass Band dal Benin nel 2017, Patrick Ruffino e i messicani di Kumbia Boruka nel 2018. Ma forse l’esito più visibile della progettazione partecipata, sempre sotto il profilo della produzione, è stato quello dei diversi laboratori nati sempre da idee di partecipanti ai gruppi di lavoro. Ricordo nel 2013 la costruzione di una cupola nubiana di fronte all’Almagià, su idea del giovane architetto eritreo Samuel Teclehaimanot Ghebreiesus, con il coinvolgimento di studenti universitari, di giovani rifugiati eritrei e muratori in pensione della Cmc, con la supervisione dei lavori da parte del grande architetto Fabrizio Caròla (‘il Dio della pietra’, come lo chiamano i Dogon del Mali)

Altra esperienza laboratoriale, nel 2014, è stata quella di affrescare a nuovo, con un bellissimo murales, l’esterno della Casa delle Culture, grazie all’artista sardo Andrea Casciu.

Il 2015 è stato l’anno del laboratorio per la costruzione di un forno in terra cruda, che è stato allestito poi all’esterno dell’Almagià durante il Festival dove persone da tutto il mondo hanno potuto cucinare i propri pani.

Infine mi piace ricordare l’esperienza della Banda della Darsena, la prima band multiculturale della città di Ravenna, guidata dal musicista Thiam Baye Fara e nata in un laboratorio promosso dal Festival che ha visto il primo anno anche il coinvolgimento del polistrumentista Marco Zanotti.

In queste dodici edizioni il Festival delle Culture è stato tante cose. All’organizzazione hanno partecipato decine e decine di associazioni e semplici cittadini, mentre alla manifestazione ogni anno si sono riversate migliaia di persone.

Ognuno trova nel Festival quello che gli è più consono: c’è chi ama la musica, chi si vuole impegnare in un dibattito, chi vuole mangiare qualcosa di diverso, chi semplicemente vedere facce nuove bevendo una birra. O tutte queste cose assieme. Resta il fatto che il Festival delle Culture è ormai una realtà radicata a Ravenna e rappresenta una speranza per un futuro di riconoscimento reciproco e di crescita civile, anche, e soprattutto, in un momento in cui sta avendo vita facile chi soffia sul fuoco dell’intolleranza e della guerra fra culture.

Francesco Bernabini  

                                                                        

Dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Bologna, frequenta nel 2001 il Master sull’Immigrazione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha lavorato per 18 anni nel campo dell’immigrazione. Nel settore legale amministrativo è stato operatore del Centro per immigrati del Comune di Ravenna, così come consulente legale del progetto Sprar sempre del Comune di Ravenna. Spostandosi nel campo culturale ha lavorato nell’organizzazione del Festival delle Culture della medesima città e ha curato il ciclo di incontri con scrittori mi- granti ‘Parole Erranti’, insieme allo scrittore di origine algerina Tahar Lamri. Nell’ambito della comunicazione è tra i fondatori della rivista interculturale ‘Città Meticcia’ di cui ha coordinato la redazione insieme alla giornalista Federica Angelini. Nel 2013 – 2014 ha collaborato con Unhcr a un progetto di ricerca sul tema dell’integrazione dei rifugiati.